Crisi economica argentina: la storia da un punto di vista macroeconomico

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Dopo aver conosciuto, nei primi anni del nuovo millennio, uno dei momenti più difficili della sua storia politica ed economica, l’Argentina sta vivendo una nuova crisi.
La situazione di dissesto, insostenibile dal punto di vista sociale, sembra essere una costante in uno dei Paesi che, paradossalmente, è uno dei più ricchi al mondo di risorse.

Argentina, il sistema economico e l’irreversibilità degli elementi critici

La crisi che ha colpito – e periodicamente ritorna a colpire – l’Argentina, ha radici complesse e differenziate, che sembrano tutte riconducibili a un denominatore comune: un’inadeguata politica economica, fortemente condizionata dall’inflazione, tanto ricorrente e periodica da risultare cronica.

Ma come ha fatto questo Paese, che all’inizio del ‘900 aveva un reddito pro capite più elevato di quello di tante altre nazioni più “ricche”, a perdere terreno così tante volte? E, peggio ancora, perché questo Paese vive con la consapevolezza, quasi fatalista, che il default sia sempre dietro l’angolo, nonostante l’esperienza maturata?

Da un’analisi complessiva del destino economico di questo Paese, risulta un misto di politiche condotte in maniera scorretta sulla scorta di aspettative sbagliate.

La dittatura militare ha impedito che si formasse una classe politica adatta a condurre politiche economiche che guardassero di là del semplice “rattoppo” di una situazione contingente.

In seguito, anche con l’avvento della democrazia, la classe governante ha preferito scelte di breve periodo, trascurando di mettere in campo sostanziali riforme che rilanciassero il commercio, incrementassero la spinta imprenditoriale e cercassero di combattere la dilagante corruzione del settore pubblico. Questo ha anche influito negativamente sugli investimenti interni e dall’estero: per gestire il rischio nel trading argentino, infatti, occorrerebbero forti paracaduti finanziari e grandi azzardi, oltre a grandissima professionalità nel settore, che non tutte le aziende possiedono per investire sul territorio.

Un Paese privo di equilibrio interno, dunque, inabile per questo a costruire rapporti distesi con il resto del mondo, con una popolazione ormai abituata alla crisi ricorrente, che accetta con rassegnato fatalismo, sapendo che la crisi “tornerà, ma passerà”.

La misura più frequentemente adottata è stata quella di stampare moneta: l’unica strada percorribile, del resto, dato che l’Argentina non può contare sulla tassazione (ha sempre avuto una base imponibile molto ridotta) e non può emettere titoli di Stato affidabili, avendo un accesso ridotto ai mercati di capitali.

Tuttavia, stampare moneta per “auto alimentarsi”, senza una linea economica di supporto da seguire a lungo termine, non ha fatto altro che accentuare la spinta inflazionistica, rendendo ingestibile il problema in Argentina più che in altri Paesi, e lasciando una scia di altre problematiche ancora da risolvere.

La situazione attuale

Recentemente, il governo ha tentato di ristrutturare, almeno in parte, il debito pubblico del Paese, il cui peso rappresenta più del 90% del PIL. A questo scopo, ha pubblicato un decreto che autorizza il Ministero dell’Economia ad avviare trattative con i creditori per rinegoziare il debito nella misura pari a circa un quinto del debito estero complessivo: sostanzialmente, si propone di restituire una cifra inferiore entro un tempo più lungo, con l’intenzione di ritardare la scadenza di alcuni prestiti, cercando contemporaneamente di raggiungere un accordo che consenta di ridurne l’ammontare.

Secondo le opinioni più accreditate, parte di queste intenzioni potrebbe essere condivisa dai creditori, ma soltanto per quanto riguarda il posticipo dei pagamenti e non con riferimento al taglio del credito.

Questo anche perché, nel frattempo, la valuta argentina continua a svalutarsi e i contatti di import-export sono fortemente compromessi, anche per la scarsità delle risorse agricole, settore sul quale l’economia argentina ha sempre contato molto e che risulta pregiudicato dalla siccità che ha colpito la quasi totalità dei territori.

Presagendo una nuova crisi, numerose aziende estere hanno cessato di operare e investire sul territorio argentino, appesantendo ancora di più la situazione, già gravissima.

Scenari futuri e auspicate probabilità di ripresa

Anche la situazione politica, con la sconfitta di Macri alle elezioni dello scorso ottobre e il subentro in carica di Fernández, non ha di molto cambiato le sorti del Paese dal punto di vista economico: il nuovo governo ha imputato più della metà del debito pubblico alla cattiva gestione condotta dal precedente assetto politico, basata essenzialmente sui prestiti esteri; inoltre, ha penalizzato e gravato di imposte i privati e le imprese locali, aumentando di conseguenza anche la disoccupazione e la criticità economica del popolo argentino.

Questo complesso quadro macroeconomico ha avuto pesanti ripercussioni anche sul sistema produttivo, causando una progressiva e inesorabile riduzione della produzione industriale (meno 6,3%) e un consequenziale aumento della disoccupazione (più 9,7%), oltre ad un peggioramento dello stato di povertà della popolazione (più 40,8%).

Il nuovo scenario che si prospetta a causa della pandemia in corso non fa che aggiungere nuove incognite a una situazione già critica: il sistema economico risente sempre più del crollo delle esportazioni, in un momento in cui gli Argentini tendono all’acquisto di beni di rifugio e a ricorrere a monete forti.

L’economia, già in forte recessione dal 2018, si prevede in contrazione ancora più accentuata nel corso del 2020, accompagnata dalla svalutazione e da un tasso d’inflazione che potrebbe raggiungere livelli superiori al 53,8% raggiunto nell’anno appena trascorso.

La nuova manovra governativa prevede misure volte a incrementare il consumo, con l’erogazione di sussidi a favore delle fasce meno abbienti della popolazione, una riduzione dei prezzi di beni essenziali e restrizioni all’esportazione di capitali.

Anche se attualmente sembrano non essere stati raggiunti accordi con i creditori istituzionali, il governo di Buenos Aires si dichiara fiducioso nella conclusione delle trattative entro la fine dell’anno.

L’eventuale esito positivo, auspicato dall’esecutivo, porterebbe all’attuazione di altre misure di carattere finanziario (come il taglio del valore nominale dei Bond), caldeggiate anche dagli economisti, che ravvisano il nucleo della crisi non tanto nell’ammontare complessivo del debito pubblico, quanto nelle scadenze troppo ravvicinate e pressanti. Per questo pare che dal Governo sia partita una nuova proposta ai creditori basata sull’offerta di obbligazioni collegate al rendimento dell’economia argentina.

Il rischio più immediato è che, se il Paese non dovesse, nonostante le misure prese, essere ancora in grado di onorare le scadenze, il rating potrebbe essere ancor più declassato: di conseguenza, un accordo in tempi brevi diverrebbe improponibile, rendendo inevitabile una ristrutturazione sempre più basata sul rafforzamento del valore dei bond in possesso dei creditori privati.

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